L’Armadio Dentro di Sé: Massimo Cantini Parrini di Vittoria M. Podo

Non si diventa ciò che si vuol essere da un giorno all’altro. E non lo si fa nemmeno accontentandosi di vivere una vita sola: per una fiorente affermazione del proprio essere, bisogna sviscerare il passato nella consapevolezza di un futuro pieno di riecheggi. Questo non significa appropriarsi dei paradigmi del passato rifiutando qualsiasi innovazione: questa conoscenza da anche la possibilità, come spesso accade a chi se ne accompagna, di essere vincenti anche quando vengono richieste delle immedesimazioni contemporanee. È questa la peculiarità di Massimo Cantini Parrini, il costumista dei record: tre David di Donatello consecutivi (dal 2016 al 2018), l’ultimo quest’anno per Pinocchio, e numerosi altri prestigiosi premi ricamano la sua carriera, come l’European Film Award per i costumi per Dogman di Matteo Garrone.

 

Ciao Massimo. Come spesso accade, dietro grandi carriere e risultati professionali, c’è l’impronta di una folgorazione, di un quid che, da bambino, ha fatto lentamente gemmare una passione destinata a diventare un lavoro. Nel tuo caso, come è avvenuta questa folgorazione e chi ne è stato responsabile?

La “folgorazione” è arrivata visitando la Galleria del Costume di Firenze quando avevo 12\13 anni. Mia madre mi portò in questo posto meraviglioso per visitare la Meridiana, il luogo che ospita la Galleria, ma io rimasi folgorato dall’esposizione di abiti antichi. Tuttavia, già sin da bambino frequentavo la sartoria dove lavorava mia nonna, ed ero affascinato da tutto quello che riguardava stoffe, frivolezze, tutto quello che potevo respirare in quell’ambiente. Ma se si parla di “folgorazione”, è nata propria alla Galleria del Costume: comprai i 3 cataloghi delle precedenti mostre e li studiai per anni a menadito, diventando poi socio della stessa. 

 

Una connotazione che ti caratterizza è il profondo interessamento per i costumi d’epoca. Un interesse quasi maniacale, sostentato anche dagli studi accademici svolti nella tua vita, che parte fin da bambino e si rende manifesto nella tua collezione privata di abiti storici. Una collezione che, come tu dichiari, ti accompagna nella tua professione come un diario da cui trarre continua ispirazione. Che caratteristiche deve avere un abito per entrare nella tua collezione?

La caratteristica principale è l’unicità. Caratteristica poi tipica degli abiti antichi, perché non essendoci né prêt-à-porter né la moda, erano pensati esclusivamente per una persona tramite un modello unico. Quando invece si parla di abiti provenienti dalla fine del ‘600 e gli inizi del ‘700, fino agli inizi del ‘900, prima della fruizione di massa, in tutto ciò che trovo di antico che può entrare in collezione, ritrovo l’unicità nel suo essere intatto. Non compro cose rotte o estremamente macchiate, poiché oltre a non piacermi, col tempo avrebbero bisogno di ingenti restauri.

 

Nonostante la tua naturale predisposizione verso la storia del costume, nel tuo lavoro sei stato chiamato a vestire personaggi in film contemporanei, ottenendo anche qui dei risultati encomiabili. Titoli da riportare come esempio ce ne sarebbero molti: dal già citato “Dogman”, al recente “Favolacce”, al premiato “Indivisibili”, passando anche dal documentario della Guzzanti “La Trattativa”, ma solo per citarne alcuni. Immagino che lo sguardo di uno storico che si approccia al contemporaneo è uno sguardo che deve ricalibrare le proprie proiezioni. E’ una difficoltà che hai affrontato e, se sì, con quali accortezze l’hai superata? Questi due paradigmi così antitetici, ovvero la sontuosità del passato e il minimalismo lineare del presente, sono davvero così inaccostabili fra di loro?

Non sono assolutamente inaccostabili, poiché non esiste il presente senza il passato. La caratteristica che ogni costumista dovrebbe avere è conoscere a menadito tutta la storia della moda, sin dall’Egitto, dai Sumeri. Io ho avuto la fortuna di accostarmi a questo mestiere sin da molto giovane, quindi ho avuto tutto il tempo per potermi dedicare allo studio (da solo, più che a scuola) di tutto ciò che concerne la storia del costume: ma solo con la conoscenza ci si può permettere sia delle licenze storiche, sia un approccio al presente con un occhio diverso. La difficoltà è tanta: vivendo il presente non si riesce a percepire il giusto o lo sbagliato. Il lavoro che faccio diventa, quindi, sempre più complicato: riesco a cogliere l’essenza della storia perché ho cultura storica, quindi riesco benissimo a tradurre il passato, ma il presente rimane molto difficile da cogliere. Sono però contento, testimone anche l’attenzione mediatica che abbiamo ricevuto con i nostri lavori, che tutto ciò che facciamo venga visto come diverso e “unico”: proprio perché non lavorando con gli sponsor, ma unicamente con vintage, ovvero con cose prodotte da me. Lo trovo molto più semplice. La contemporaneità non è data dall’ultima moda, ma dall’armadio che ognuno ha dentro di sé, e dall’armadio stesso che è fatto di anni, di gusto e di molte altre cose. E poi, il consiglio che do sempre è quello di togliere, mai di mettere: la semplicità paga sempre.

 

Nel corso ella tua carriera è fiorito l’interessante sodalizio con Matteo Garrone. Quando fra due professionisti scintilla una sinergia, è difficile che non si producano degli ottimi risultati. Ma come si coniuga questo particolare rapporto fra regista e costumista? Quali informazioni e quali spunti l’uno riceve dall’altro e viceversa? 

È un piacersi, non uno scegliersi. La prima volta che si incontra un regista, lui non si fida di te e tu non ti fidi di lui. Ho lavorato più di una volta non solo con Matteo, ma anche con Edoardo De Angelis o con i Fratelli d’Innocenzo, anche se Matteo rimane forse il più conosciuto, uno degli autori più importanti che abbiamo in Italia. Fra regista e costumista si forma un reciproco scambio, come dovrebbe essere per ogni maestranza che si affaccia ad un lavoro. Poi io non lo prendo mai come un mestiere, ma come un ricreare un mondo che non c’è più: anche nel contemporaneo, si racconta una storia che non esiste, quindi si deve sempre cercare di affascinare lo spettatore facendo si che non si annoi con ciò che vede, soprattutto addosso a personaggi che fanno da specchio all’interno del racconto del film. È un costante lavorare insieme, con scambi di colori, di forme, impressioni, cose che vengono in mente a me, a loro. Per ora mi reputo fortunato di aver incontrato dei registi con i quali lavorare ma che mi abbiano anche lasciato libero: do il meglio di me quando vengo lasciato sguinzagliato, libero di agire. Sono anche uno che carbura molto tardi, tanto che a volte faccio prendere un colpo ai registi perché non ho tutto pronto all’inizio del girato. Questo perché ho bisogno di osservare bene gli attori, le ambientazioni, devo immergermi nel mondo per poi aspettare che mi si accenda la lampadina per iniziare. 

 

Fino al 25 ottobre prossimo, presso il bellissimo Museo del Tessuto di Prato, è in corso la mostra con esposti i costumi realizzati per “Pinocchio”, la pellicola di Garrone valsa il tuo ultimo David di Donatello. Una mostra che narra, in maniera filologica, i processi di ispirazione e di realizzazione dei costumi, in un’esperienza che dona un’ulteriore doratura concettuale alla visione della pellicola. Cercando di immedesimarti nella mente di un visitatore, cosa ti aspetti che questo colga dei costumi e cosa vorresti tu, invece, che questo colga maggiormente?

A me piacerebbe moltissimo che attraverso i miei costumi non si colga il bello o il brutto, poiché questo è molto personale, ma che si percepisca il giusto e lo sbagliato. Perché chi ha visto il film o ha letto il libro, come nel caso di Pinocchio, conosce di già i personaggi: ma la giustizia che io posso portare nel costume è la cosa che più mi rappresenta e la cosa che più vorrei che arrivasse agli occhi e al cuore delle persone. Ci sono abiti brutti ma giusti per quello che dovevano rappresentare, e abiti belli ma sbagliati. Questa è una bandiera che porto da sempre nel mio lavoro, perché odio quando mi viene detto “quel costume è bello o brutto” ma adoro quando il costume rimane impresso allo spettatore, facendo sì che il personaggio prenda vita. Anche in una mostra, quindi su manichini inanimati, avrei bisogno che le persone si immergano nel mio pensiero cercando di farlo uscire fuori. Aldilà dei giudizi soggettivi di un’opera d’arte, infatti, la bellezza dello scoprire un artista non è nel vedere le sue opere, ma nel capire perché le ha fatte.

Vittoria M. Podo

In alto: foto concessa da Massimo Cantini Parrini.

Galleria: foto concessa da Massimo Cantini Parrini e tratte da Fashion Press.

Lascia un commento