Il Segreto: Prisca Hartmann Gulienetti di Vittoria M. Podo

Quando mi è stata riferita la protagonista della mia prossima intervista da stillare, ho avvertito subito un’urgenza e una curiosità più acute rispetto al solito. Ho diverse domande da porre alla ragazza che andremo oggi a conoscere, e cercherò di condensare quante più informazioni possibili in sole cinque domande, affinché il messaggio che entrambe siamo impazienti di veicolare, arrivi quanto più nitido possibile. Stiamo parlando di Prisca Hartmann Gulienetti, classe ’99, romana, modella professionista, bionda, bellissima e diabetica.

Ciao Prisca. Quello che mi ha subito colpito di te, a parte il tuo dettaglio di cui parleremo a tempo debito, è che sei giovanissima e affermatissima. A quanto pare, essere delle gemme nel mondo della moda è un piccolo vizio di famiglia. E’ vero che la tua nonna posò per Karl Lagerfeld?

Si, è vero.
Mia nonna ha posato diverse volte per Karl, se lo ricorda come fosse ieri . Ha posato per lui nel 1964/1965 quando appena arrivato a Roma, lavorava per la casa di moda Tiziani. È comparsa in 3 o 4 collezioni, prima di sposarsi. Ricorda benissimo il suo carisma , la sua simpatia e la sua semplicità , un uomo estremamente amichevole e brillante. Ricorda soprattutto le tante risate durante i fitting prima delle sfilate.

Fra gli aneddoti più divertenti, una sera dopo una sfilata , Karl, le chiese quali sarebbero stati i suoi programmi dopo lo show e lei rispose che avrebbe partecipato ad un cocktail party molto elegante, per cui Karl senza esitare le prestò un vestito della collezione (il più bello secondo lei), un vestito molto aderente con dei preziosissimi ricami bianchi. Mia nonna arrivata all’evento vide i camerieri passarle vicino con vassoi di calici di vino, cosa che la spaventò terribilmente, perché  immaginò il danno che avrebbe provocato al vestito se si fosse macchiato, appunto, di vino. Decise allora di lasciare il party e riconsegnare subito il vestito. Il giorno seguente, quando Karl chiese a mia nonna come fosse andata la festa, lei rispose solo “un party molto breve”.

Apprezzo molto il fatto che mia nonna abbia avuto queste possibilità e che io possa apprendere da lei quali siano le differenze fra il mondo della moda attuale e quello degli anni ’60.
In quegli anni, le poche modelle professioniste, si recavano personalmente nelle più importanti sartorie per proporsi, cosa assolutamente impensabile oggi vista l’esistenza delle agenzie. Mi fa notare spesso quanto sia aumentato il grado di competizione, a causa dell’elevatissimo numero di ragazze che lavorano o che vorrebbero lavorare in questo settore.
Mi considero molto fortunata ad avere una nonna come lei, che riesce ad unire uno charme tipico di una diva di Hollywood, alle classiche attenzioni delle più comuni nonne italiane, come i deliziosi pranzi che ancora mi prepara.

Lei sarà sempre per me una fonte di ispirazione, rimango ancora estasiata dalla sua bellezza guardando le sue foto.

 

Rispetto a diversi anni fa, oggi il panorama della Moda è sempre più intrinsecamente unito ai mutamenti sociali, ai concetti di pride e self-confidence, cercando, talvolta per marketing e talvolta per sincero barlume morale, di abbattere barriere e stereotipi e proporre un’immagine di “modella” più veritiera e più ricalcante l’imperfetta realtà umana. Tu sei la sintesi di questo ancora inesplorato binomio tra moda e diabete. Vorrei lasciarti il campo quanto più libero possibile, e quindi ti chiedo semplicemente: cosa ha comportato avere il diabete nella tua vita professionale?

Il diabete nella mia vita professionale è sempre stato un problema, in quanto al contrario di quanto si possa pensare, questo lavoro è molto faticoso a livello fisico.

Spesso vado in ipoglicemia (comunemente “calo di zuccheri”) in momenti importanti come ad esempio durante un casting mentre cammino indossando tacchi alti, durante un cambio d’abiti o proprio mentre mi sto recando di fretta da un casting ad un altro. Andare in ipoglicemia comporta il doversi fermare anche per 20 minuti e riassumere gli zuccheri necessari per riprendersi, è una grande scocciatura perché in periodo di fashion week mi succede di continuo e a stento mantengo la pazienza ; purtroppo in situazioni del genere quando i clienti ti chiamano all’ultimo è impossibile prevedere quello che potrebbe succedere al mio corpo e la cosa mi fa infuriare. Corro da una parte all’altra della città per essere puntuale, ma nel momento in cui mi fermo mi sento morire.

Altrettanto fastidioso è quando lavoro , dove molto spesso non ho orari precisi per mangiare o semplicemente da mangiare non c’è, o al contrario mi capita di dover abbassare la glicemia con un’iniezione di insulina perché sono troppo emozionata , come per esempio qualche anno fa durante la mia prima sfilata . In parole povere la mia vita è un continuo sali scendi di glicemia e da un paio di anni utilizzo un misuratore che mi ha risolto un po’ di problemi , ma a quanto pare ne ha creati di molti: il Freestyle Libre. Questo misuratore è in grado di monitorare la glicemia h24 e si attiva con il cellulare. A parere mio quindi una grande innovazione, ma il vero “problema” come lo definiscono in molti, è che per utilizzarlo è necessario un bottoncino bianco dietro al braccio, un innocentissimo bottoncino in grado di salvarti o comunque migliorare la qualità della vita di una persona diabetica.

A causa di questo piccolo bottoncino bianco ho avuto il “piacere“ di notare quali fossero le reali case di moda serie e professionali. Eh si, perché molte che non sto a citare , sostenevano che questo minuscolo bottoncino fosse in grado di distrarre il pubblico della sfilata o che comunque fosse sgradevole alla vista, ignorandone completamente la funzione medica . Perciò per anni ho dovuto togliere il bottoncino per accontentare i capricci di qualche stilista, e ci tenevo a precisare che per assurdo ho potuto tenerlo indossato soltanto con i più importanti brand per la quale io abbia lavorato, mentre le case di moda più piccole sono state intransigenti. Non sto qua ad allungare il brodo, a malincuore potrei scrivere un libro sui problemi che una diabetica può incontrare nel campo della moda.

Credo che il motivo del tuo impegno alla sensibilizzazione e all’informazione su questo disturbo abbia come obiettivo quello di educare società e mondo professionale al fatto che una semplice condizione biologica non abbia alcuna rilevanza nel determinare il valore di un individuo. Per te è un piacere o, a volte, un motivo di disagio che la tua identità di modella venga sempre accostata a quella di diabetica? Nella percezione che gli altri hanno su di te, vorresti che questi due caratteri vengano maggiormente differenziati, oppure il tuo attivismo alla sensibilizzazione è ormai un tutt’uno con la tua carriera professionale?

Purtroppo il mio messaggio è ancora giunto a pochi, ma spero presto che possa raggiungere tutte le persone che si sentano coinvolte. È per me un piacere che il diabete si sia accostato alla mia carriera da modella, all’inizio lo vedevo come qualcosa di cui vergognarmi, qualcosa che mi rendeva “diversa” ma in modo sbagliato, mi vedevo come quella malata che non potrà mai diventare magra come le altre , perché si purtroppo è vero, diventare troppo magre è già , di per se , dannoso per una persona sana e decisamente deleterio per un diabetico; ma mi sono fatta forza , ne ho sempre avuta tanta e ne ho sempre data tanta , ho sempre avuto il sostegno delle persone care e soprattutto delle mie due agenzie, quella di Roma in particolare, si batte per i miei diritti dal primo giorno. Per questo vorrei che il mio attivismo entrasse a far parte della mia carriera, perché il diabete è parte di me, è quello che completa Prisca. Il diabete mi ha resa una guerriera invisibile , mi ha resa forte e responsabile già da quando avevo 12 / 13 anni. Questo e tanto altro è quello che cerco di dire a tutte le ragazze che mi scrivono , amo riceverne messaggi perché mi danno forza e soprattutto do  forza a loro. Condividere con il mondo vuol dire non sentirsi soli , e io voglio condividerlo con il mondo!

 

Racconti che l’ufficialità della diagnosi è arrivata nel 2012. Sono passati ormai diversi anni, ma quanto ci hai messo per capire che questo tuo tratto distintivo poteva trasformarsi da motivo di disagio a motivo di orgoglio? Cosa consigli a chi, invece, è ancora nel bel mezzo di questa presa di coscienza?

La mia diagnosi è arrivata il 2 novembre del 2012 , ( per assurdo il 2 novembre è la giornata internazionale per la lotta al diabete) ero piccolina avevo quasi 13 anni e non capivo nulla di quello che stesse succedendo al mio corpo, vedevo le mie coetanee avere le forme , un corpo che si trasformava in quello di donne e io che al contrario rimanevo sempre bambina , purtroppo quando non si sa di avere il diabete di tipo 1 , quando non viene ancora diagnosticato, il nostro corpo si ammala lentamente , si perde molto peso , ci si sente sempre stanchi , privi di vita , sempre assetati e sempre alla ricerca di una toielette; all’epoca nella mia ignoranza mai avrei potuto pensare che con questi sintomi mi fossi ammalata di diabete tipo 1, eppure…

ammetto all’inizio è stato un trauma ma ho cercato il più possibile di non far vedere alla mia famiglia quanto fossi terrorizzata, purtroppo mi sono ammalata in un anno terribile in cui sono successe diverse cose spiacevoli e il diabete è stata la ciliegina sulla torta. Mi sono mostrata forte e determinata nel prendermi cura di me da subito, il diabete mi ha fatta diventare adulta a soli 13anni . A 13 anni ho imparato a salvarmi la vita tutti i giorni. Purtroppo però non sono un robot ma un’umana , e ammetto di aver avuto periodi difficilissimi in cui però ho avuto la forza di chiedere aiuto e sostegno da psicologi che mi hanno fatto rimettere la testa a posto. Perché si, accade spesso , di dirmi “non ce la faccio più “ o che mi chieda “perché a me?” , avendo voglia di mollare tutto e smettere la terapia, ma poi ho capito col tempo che il diabete è parte di me, che senza il diabete probabilmente non sarei così forte , determinata e solare.

Solare sí, perché la mia vocazione è quella di trasmettere forza alle persone che “soffrono” di diabete , lo metto tra virgolette perché io non soffro più. Io non soffro più perché nonostante le milioni di complicazioni e lacrime che esso può generare, io ho la mia vita in mano tutti i giorni e sono io e solo io che decido di volermi bene e cosa è meglio per me. Io voglio dare la forza a tutte le ragazze e i ragazzi che sono passati o stanno passando momenti di difficoltà. Io nel mio piccolo già ci sto provando , rispondendo a tutte quelle che mi scrivono sui social e tutte quelle che mi scrivono grazie a mia madre, che nel frattempo lavora come volontaria all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma ispirata da tutte quelle volontarie che nel 2012 avevano dato forza a lei e soprattutto a me. A tutte quelle persone che si sentono ancora in difficoltà io posso solo dire che non sono sole, che il diabete qualunque tipo sia , è un motivo di orgoglio e forza. Noi diabetici abbiamo una marcia in più, esistono moltissime persone che sono state addirittura spronate a dare di più proprio perché diabetiche, infatti moltissime hanno iniziato a fare maratone, viaggi incredibili e imprese meravigliose proprio per dimostrare che il diabete non è un limite se si è determinati a combatterlo, per questo sostengo di essere una guerriera in una lotta che durerà tutta la vita.

Credo nella ricerca e sono sicura che le tecnologie aiuteranno in futuro a rendere più facile la gestione di questa malattia. Io posso solo dire che ogni giorno mi alzo e mi sento più forte e sono intenzionata a trasmettere questa forza a chi , in questo momento , si sente debole e demoralizzato. Questo è il mio obiettivo e forse era scritto nel destino. La vita mi ha messo alla prova sin da piccolo , sia con una trombocitopenia a 4 anni che con il diabete dai 13 , sono caduta tante volte e tante volte cadrò, ma mi rialzerò sempre più forte.

 

Se un tuo conoscente venisse da te e ti rivelasse che sul lavoro è stato scartato perché diabetico, quale consiglio gli daresti per continuare a vivere la sua vita? E, invece, quali parole riserveresti ai responsabili di quell’azienda?

Se una persona venisse da me e mi dicesse che è stato scartato da un lavoro in quanto diabetico , gli risponderei che è un bene, perché un’ azienda o un datore di lavoro che rifiuta un dipendente in quanto diabetico non è professionale , perché forse non sanno che siamo persone normali, anzi persone con una marcia in più. Io stessa d’ora in poi mi sono imposta di rifiutare un lavoro qual’ ora mi fosse richiesto obbligatoriamente di, per esempio, togliere il bottoncino . Perché, parliamoci chiaro, è un bottoncino. Molto probabilmente ora , la mia voce non ha ancora una risonanza tale da darmi la facoltà di poter dire a una azienda quello che penso veramente, ancora devo essere professionale e accondiscendente, ma appena acquisirò un po’ di coraggio e più sostegno sono sicura che avrò tutto il necessario per dire quello che penso ad un’azienda o un brand o un semplice stilista che non accetta un diabetico per un semplice apparecchio medico sul corpo, non stiamo parlando quindi di un accessorio, ma di qualcosa che ci tiene in vita. Perché la vita vale molto di più di un giudizio di un critico di moda o del pubblico , e fatemelo dire , secondo me se in passerella sfilasse in alta moda una ragazza con un dispositivo medico per diabetici fareste una bella figura , perché oltre all’immagine “fashion” che volete dare, dimostrereste anche di essere intelligenti e soprattutto umani. La vita come la vera moda non è solo l’apparenza ma è anche sostanza.

Vittoria M. Podo

In alto: foto gentilmente concessa dal book di Prisca Hartmann Gulienetti.

Galleria: foto gentilmente concesse dal book di Prisca Hartmann Gulienetti.

 

 

 

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