Brivido Caldo: Luigi Quarta di Vittoria M. Podo

Davanti ad una fotografia si può scegliere di adottare due diverse tipologie di approccio: o la si guarda utilizzando la vista e scrutandone forme, luci e colori archiviando il fenomeno come un file di cui l’usufrutto è durato solo pochi istanti, o la si osserva, attivando insieme agli occhi sesti, settimi sensi che fanno capo a chissà quale sperduto sobborgo del nostro noumeno mentale. In altre parole, possiamo tentare di decifrarne non il primo, ma tutti i secondi significati che l’immagine riesce a proporre ai nostri radar percettivi. È forse questo, poi, l’intento surrealista di chi cerca di raccontare storie inedite, mai ripetibili e soprattutto diverse da osservatore a osservatore, mantenendo ugualmente una gerarchia al culmine della quale vi è l’interpretazione egemone fra tutte, quella che per prima, sottilmente e sottovoce, detta la via sulla quale instradare tutte le altre: quella dell’occhio nascosto dietro la fotocamera. Uno di questi è Luigi Quarta, classe ’92, fotografo di un surrealismo postmoderno, urbano e prorompente.

Ciao Luigi. Per presentare un artista penso non ci sia modo migliore che lasciare la parola direttamente alle sue opere, ed è quello che ho scelto di fare qui per la totalità delle domande. Un tuo portfolio si chiama “I Am…” ed è composto da dieci foto che immortalano soggetti con mille varianti al posto della testa: un orologio, una lampadina, dei fiori, la luna. Fra tutte le rappresentazioni, se dovessi sceglierne solamente una per descriverti ora, nel momento esatto in cui rispondi a queste domande, quale sarebbe?

”I Am”, è un portfolio che è nato da solo, nel senso non lo avevo programmato. Quando ho iniziato a scattare ero molto timido e quindi ho iniziato a farmi autoritratti ogni qual volta volvo esprimere un concetto o stato d’animo. La foto che mi rappresenta di più tutt’ora è “Tangled” mi ha sempre rappresentato e penso che mi rappresenterà sempre. Perché ho ancora questa testa confusa come un gomitolo di spago impossibile da sgarbugliare.

Un altro tuo insieme di lavori si intitola “Zoo” e racchiude, nella raffinatissima location dell’Armani Silos, rappresentazioni di animali che tentano di nascondersi dagli occhi dei visitatori, in un contesto quanto mai lontano e non coniugabile con il loro habitat naturale. Nel corso della tua vita, personale o professionale, ti sei mai sentito come non nel tuo posto, come desideroso di nasconderti dagli occhi di un qualche osservatore?

In tutta sincerità no, mi sono sempre sentito nel posto in cuoi desideravo essere, e no ho sempre odiato nascondermi. (Da piccolo quando si giocava a nascondino volevo sempre essere quello che contava per cercare gli altri.)

Nel trittico “Fallen Angels” sono raffigurati tre angeli, in questo caso dalle fattezze femminili, che secondo l’interpretazione dantesca de ”La Divina Commedia” sono condannati a cadere nelle tenebre sbattendo le loro ali per sempre. Tutto ciò, sempre in funzione di collegamenti simbolici e surrealiste allegorie, mi ha portato a pensare alla situazione lavorativo-sociale dei giovani che hanno come sogno quello di rendere la propria passione per l’arte, in tutte le sue possibili sfaccettature, mestiere effettivo di vita. Il vortice nel quale chi studia e si approccia all’arte è destinato a rimanere è quello dell’incertezza, della precarietà, della mai totale sicurezza di poter trovare una completa affermazione in un solido posto di lavoro. Sono, appunto, destinati a sbattere le ali della propria creatività per sempre, nel tentativo di mantenersi in equilibrio. Senti di smentire questa turbolenza ricostruzione della realtà oppure anche tu sei, o sei stato, un “Fallen Angel”?

[Ci tengo a precisare che non è Dante a condannare gli angeli a cadere nelle tenebre sbattendo le loro ali per sempre. Nella Divina Commedia, gli angeli che si ribellavano a Dio, cadevano nell’Inferno e si trasformavano dagli esseri più belli a quelli più brutti assumendo le ali da pipistrello, come nel caso di Lucifero. Quella di condannarli a sbattere le ali per sempre è una mia interpretazione dell’Inferno per gli angeli. Come se io li avessi fotografati mentre stanno precipitando, hanno ancora le loro sembianze angeliche (bellissime), ma stanno precipitando e cercano di muovere le ali per risalire ma inutilmente. Così ora sono prigioniere di questa foto costretti a “muovere” le ali in eterno]
Per rispondere alla domanda invece, concordo fortemente. Credo che siamo tutti un po’ “Fallen Angel” nel senso che lottiamo tutti per cercare di mantenerci a galla e raggiungere i nostri traguardi, obbiettivi e sogni nella vita.

Un’altra tua serie singolare è quella intitolata “Bulgari” nella quale, come un vero e proprio rito scaramantico, hai immortalato la porta d’ingresso della boutique Bulgari in Via dei Condotti a Roma prima ogni esame universitario. Nonostante ogni fotogramma si differenzi dall’altro per mille dettagli, sembra quasi esserci una costante che le accomuna tutte, ovvero uno steward in completo che fa da guardia all’ingresso del negozio. Chissà se avrà mai notato che, di tanto in tanto, ti fermavi a scattare sempre la stessa foto. Che cosa, nel tuo percorso da fotografo e nella tua relazione con la fotografia, può essere paragonato a questa piccola presenza costante? Cosa, in tutti questi anni di studi e progressi professionali, è rimasto sempre identico nel tuo approccio con quest’arte?

Credo che l’unica cosa che è e rimarrà costatante nel mio modo di fotografare sia il mio disturbo ossessivo/compulsivo di fare le cose sempre perfette. E penso che questo progetto rappresenti perfettamente questo mio disturbo. (emoji che ride) XD

L’ultima tua opera a cui voglio fare riferimento è quella che vede come protagonista l’”Hummingbird”, un piccolo uccellino raffigurato però sott’acqua. Può essere oggi la fotografia, in una realtà dove la tecnica, il profitto e l’economia sembrano essere le uniche architetture degne di nota, un espediente efficace per emergere dall’acqua nonostante, proprio come il tuo hummingbird, ci sembra di starci perfettamente bene sommersi?

Penso fortemente che la fotografia, come qualsiasi campo artistico, siano forse gli unici strumenti degni che ti permettono di emergere “dall’acqua”. Tutto quello che ci fa provare una forte emozione ti permette di fuori uscire e conoscere il mondo, e a parer mio può essere una poesia, una canzone, un film, un libro, un dipinto, un vestito ecc… Qualsiasi cosa è considerata Arte.

Vittoria M. Podo

In alto: foto tratta da www.luigiquarta.com.

Galleria: foto tratte da www.luigiquarta.com. 

 

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