Allure: Diana Vreeland di Camilla Cataldo

L’unicità, l’estro, la voglia incontenibile di essere sé stessa prescindendo dal prestabilito, dalla norma. Il desiderio di interpretare la moda, i suoi cambiamenti e i suoi sconvolgimenti senza tener conto del limite. L’attitudine incorruttibile verso il bello, l’affermazione spinta e intraprendente, la maestria e la passione: Diana Dalziel, coniugata Vreeland.

Ci sono donne che non colpiscono per la loro bellezza, ma affascinano e stregano per le capacità fuori dal comune e per la loro mente, vortice meraviglioso di idee stravaganti. Diana Vreeland fa parte di quest’ultima categoria, prima redattrice e curatrice di una rubrica indisponente e irriverente, “Why Don’t You?”, presso Harper’s Bazaar e poi per lunghissimo tempo, fino al termine della sua carriera, ma solo di quella di giornalista di moda, Direttrice di Vogue America. L’interesse per le arti e la bellezza ha però colpito ogni settore della sua vita, tanto che, quando doveva ormai essere in pensione, ha avviato una collaborazione con il Metropolitan Museum of Art’s.

Negli anni di piena attività, e tuttora, Diana Vreeland è considerata essa stessa un’icona imprescindibile della moda, sotto le cui mani e davanti ai cui occhi hanno sfilato le rivoluzioni fondamentali del ‘900, soprattutto relativamente all’ambito della moda donna, il bikini e il blue jeans in cima alla classifica. La sua personalità spumeggiante l’ha coinvolta totalmente nella società e fatta apprezzata da tutti per la sua verve artistica e la sua capacità di vedere oltre, di comprendere ed inserire le modelle stesse, rifiutandosi di utilizzare freddi ed impersonali manichini, all’interno di un contesto narrativo che sapesse trasportare e coinvolgere il lettore, attraverso le foto sapientemente scattate da fotografi professionisti ma sempre guidate e indirizzate dalla di lei regia, dettaglio immancabile infatti la sua presenza alle spalle del fotografo.

Ciò che Diana Vreeland era in grado di generare e realizzare sulla base delle richieste di alcuni clienti, non erano banali abiti, ma aggiustamenti, ritocchi e perfezionamenti studiati coscienziosamente per permettere ai corpi e alle personalità che li avrebbero successivamente indossati di esprimere al meglio i punti di forza, le criticità e affermare, pienamente e senza paura di essere sfrontati, la propria personalità, cercando in ogni modo di arrivare al cuore e di enfatizzare l’emozione che si poteva provare sentendosi totalmente a proprio agio in un vestito, donando allo stesso un animo in grado di suscitare il giusto sentimento.

Diana Daziel, coniugata Vreeland, era una donna tanto in sintonia quanto in contrasto con il suo tempo, una donna che aveva già fortemente compreso quanto l’autoaffermazione non necessitasse per forza di un bel corpo e un visino carino, ma di un’anima coinvolta e coinvolgente, di uno spirito autoironico ma cosciente del sé, di un vestiario elegante e comunicativo che non fosse mai troppo noioso o troppo poco vero e che sapesse rappresentare bene il carattere e le mille sfaccettature delle donne che lo avrebbero sfoggiato, senza più alcun timore di essere troppo sexy, troppo osé e fuori luogo, ma con l’idea che tutto ciò che serve per sentirsi a proprio agio nella società è la semplice forza di essere sempre sé stessi e mai un surrogato banale.

”L’unica vera eleganza è nella mente: se l’hai, tutto il resto proviene da essa”.

Camilla Cataldo

In alto: foto tratta da Instagram.

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